Franca Maranò

Antonella D'Elia, 1964

Vestirsi e rivestirsi, spogliarsi. Impossibile contare quante volte, nella vita, si ripete il rito laico della vestizione, rinnovando ogni volta la sua magia. Vestirsi e travestirsi diventano sinonimi, e non solo perchè - oggi - il look e l’apparire contano più del resto. Era così anche secoli e secoli fa, in terre lontane, remote come quelle delle favole. Nascondersi dietro un abito o affidargli pensieri, altrimenti inesprimibili. Ritrovare i simboli persi degli antichi rituali di vestizione equivale a mettere punti fermi nel fluire dell'esistenza. E’ il primo passo nella ricerca dei legami che uniscono la persona alla sua identità.

 

Il secondo passo è riconoscere i falsi travestimenti. II terzo è scegliere i propri ruoli e modelli ovvero, i propri abiti. Lungo questo itinerario si muove, negli Anni Settanta, Franca Marano. In Europa e in America, le Neoavanguardie si fanno portavoce di richiami minimali alle origini. I linguaggi vengono ridotti alle strutture primarie. La ridondanza ed il superfluo che caratterizzano la civiltà dei consumi vengono negati, in nome di un ripristino di valori più autentici, ritrovati nel mito, e nella natura. Viene recuperata l’esperienza diretta degli autori, il loro vissuto. La battaglia è per una diversa centralità del soggetto nell'apparato omologante dei mass media.

 

Gli abiti mentali di Franca Marano vedono la luce in questo clima culturale. Interrogandosi sui motivi del fare arte, Franca si guarda indietro. Sceglie la tela medioevale, l'ago e il filo e porta avanti la sua indagine sull'essere. II problema dell'autorappresentazione, va ben oltre la confessione autobiografica. Sullo sfondo del "pensiero debole" lo smarrimento coinvolge entrambi i sessi, ma il pensiero delle differenze" rende visibili nuovi approcci. I massimi valori della cultura occidentale hanno determinato, da millenni la perdita di una cultura di genere. Né il maschile, nè il femminile, ma il neutro nel cui contenitore quasi tutto si è perso l'antico sapere delle Madri.

 

E sulle tracce di tale patrimonio che non poche autrici, lavorano a partire dagli Anni Settanta. Le punte dell'iceberg sono negli Stati Uniti, ma anche in Europa le acque si agitano. Da noi, il lavoro di molte artiste, procede in maniera individuale, fuori dalle fila del Nuovo Femminismo. Ma guardando i loro lavori è inevitabile ritrovare il filo che le collega alle compagne d'oltre Oceano. Contro i ruoli imposti e dietro le maschere dell'angelo o della vamp (due tra le tante), le artiste appartenenti alla Body Art, si battono - in ambito internazionale - per molteplici spostamenti di senso legati alla corporeità (piacere, desiderio), ai comportamenti, ai simboli che le rappresentano: nel quotidiano, nei mass media, nella politica, etc.

 

All'interno di tale recupero dell'identità-donna vengono valorizzati alcuni linguaggi, ritenuti marginali e appartenenti alla pratica femminile. L'ago e il filo sono equiparati al pennello e al colore. II lavoro di Franca Marano e legato alla cultura del corpo e (come in molte artiste della Body Art), ma parte da basi concettuali di ridefinizione totale del fare arte, che coinvolge tecniche, supporti, mezzi espressivi, destinatari. Pieghe come rughe e ferite, punti come cicatrici, tagli come lacerazioni gli abiti mettono a nudo l'anima,  mostrando l'effetto del tempo nelle cuciture, e tra i risvolti dell'abito, come un voltar pagina nel racconto della vita, carpi femminili, o parti di esso, carpi bianchi di cadaveri o angeli. L'essenzialità degli "Abiti mentali" contra tutte le mode dello star-system, contra ogni clamore pubblicitario, invita a fermarsi, svuotarsi, rigenerarsi. Ripensare a se, fare pulizia nell'anima, ritrovare l'innocenza, sono punti di non ritorno nel viaggio che porta alla conoscenza e alla rinascita: la messa al mondo del nuovo genere. Ben oltre la rigidità meccanica del Minimalismo, in cui l'essenzialità del linguaggio  ribadisce la purezza separata del pensiero, lo svuotarsi per rigenerarsi di molta arte europea, assume un valore catartico e iniziatico. La tappa successiva di questo viaggio è il racconto. La storia personale diventa collettiva e nella ricerca di segni, simboli, figure, colori, riscopre una lingua complessa che riunifica il corpo e la parola, l'immagine e la materia, il presente e il passato.

 

Franca Maranò realizza, negli anni ottanta, i "Cantastorie". Le tele diventano schermi su cui cucire, dipingere, incollare, ritagliare. I brandelli ritrovano un'unita nel corpo del racconto che si da nella sua immediatezza. L'io narrante è travestito da statua classica, metafora dell'arte. La vita di una donna legata alla sua ricerca estetica, appare, al di la di falsi miti. II racconto è svelamento: di verità, finzioni, illusioni. E’ compresenza di gioia e dolore. E’ ritrovamento. Non senza amarezza, non senza grido. Come dopo una catastrofe la vita ricomincia dal minimo. Si fa strada nella confusione una nuova chiarezza. La mente e la mano ritrovano un nuovo ordine simbolico. II ciclo ha inizio con  "La Storia". E’ il 1982. Sulla tela nove stazioni segnano alcune tappe, come un calendario dell'esistenza. Per ogni momento un simbolo. Un mazzolino di fiori e la vita comincia. Una treccia nera di cotone, una foglia d'edera e cuciti accanto, piccoli esempi di Abiti Mentali.

 

La storia diventa "Autobiografia" (1992) e si apre con un diario di stoffa, sul cui frontespizio, l'autrice scrive gridando: "lo Vivo". L'opera diventa una prova dell'esistere. I colori s'incupiscono, i rossi accesi testimoniano un'energia che non è più possibile contenere. II racconto si arricchisce di nuovi simboli. Nell' “lnsidia" (1992) una tigre, dei corvi, una ruota sono bloccati dalla rete che li avvolge. Anche il sole è prigioniero. E il racconto di una battaglia intima, in bilico tra libertà e schiavitù. La figura che campeggia sulla tela è in pericolo. Le vicende, mai concluse, accendono dubbi, esigono risposte, invitano a relazioni. Sona parole che aprono un dialogo, accendono la fantasia e Franca, riscoprendo l'antico rituale dello stare insieme per dirsi, ci invita tutte, ad ascoltare  antiche leggende o moderne favole, storie sue e nostre.