Testi Le Muse Inquietanti

Tonino Sicoli, 1990

 

La donna artista del nostro tempo, invece, non si racconta, ma si cimenta con l'affascinante avventura del linguaggio. Nella produzione artistica attuale la condizione femminile si riflette come in uno specchio irridente, che deforma talvolta i propri tic e tabù, che restituisce l'immagine in una divertita autoironia.

 

''Tuttavia - scrive Laura Cottingham - il potere dell'ironia none stato assolutamente cooptato: situata in un contesto autocosciente, essa possiede ancora la capacita effettiva di scoprire il falso, di mimare l' ovvio. Per evitare di fallire, ogni uso dell'ironia nell'ambito del temperamento panironico odierno deve necessariamente tenere canto della sua direzione e ignorare il facile fascino della disillusione totale.3 Il privato non occupa più un posto di primo piano, ma non e nemmeno accuratamente evitato. Non sono più i sogni e i miti romantici delle nostre nonne a popolare l'universo fantastico della moderna Alice, bensì i miti consumistici e i sogni indotti dalla pubblicità. Ma le artiste italiane, a differenza di quanta accade in America dove la produzione e più connotata in termini di gusto post-pop, vanno al di là di un distacco ironico dai miti de! proprio tempo e assumono idee di ricerca spostate sul versante della progettualità.

 

Più che temi femminili sembrano esserci punti di vista e, più che altro, modi di "parlare" il linguaggio delle immagini. Una preoccupazione, per così dire, estetica caratterizza la produzione italiana di questi ultimi anni, con concessioni a segni e simboli che, andando oltre la banalità, costituiscono una imagerie sovente aniconica. La sperimentazione di nuove tecniche espressive, di modalità immaginative e di nuovi codici tiene il campo in questa fase della ricerca artistica delle donne. Rifuggendo dalla rappresentazione dell'ovvietà, viene preferita l'analisi strutturale. Il valore non e la riproduzione della realtà, bensì l'allusione a essa e il cortocircuito con le sue sembianze. Anche la coscienza di sé, la consapevolezza della propria identità assumono più valenze di fisicità, attraverso i comportamenti e l'atteggiarsi del proprio corpo in una idea di persona come unita psicofisica. II corpo stesso, ormai liberate dai tabu, e il luogo del linguaggio e del progetto.

 

Sulla scia delle performances degli anni Settanta di Marina Abramovic, di Gina Pane e di Ketty La Rocca non manca nella produzione odierna un'attenzione al corpo come vettore di comunicazione. E l'affermazione della propria soggettività, del proprio essere nel tempo e nello spazio. Non più identificabili come "sesso debole", le donne si cimentano anche con forme d'arte, come la scultura,

che si pensava un tempo richiedessero prestanza e resistenza fisica. II fascino dei materiali sembra essere, assieme al dato mentale e alla consapevolezza critica, l' elemento peculiare di questa fase della ricerca artistica femminile, che non a  caso sposa in buona parte il filone della nuova oggettualità. E il dato che emerge da questa rassegna, che vuole essere un repertorio significativo, ma volutamente parziale per numero di presenze e per taglio critico, di quella parte di ricerca artistica praticata dalle donne in questi ultimi anni. La rassegna, forse un po' spiazzata rispetto alle pregiudiziali attese del pubblico, annovera ventidue artiste donna  ma avrebbe potuto benissimo essere proposta anche senza connotazioni di sesso.

 

Una diffusa attenzione verso i materiali si coglie in molte artiste di oggi che lavorano sia materiali duttili come l’argilla (è il caso di Annie Ratti e Renza Sciutto) e il legno (Gisella Meo), sia materiali duri come il marmo (Mirella Bentivoglio), la pietra (Maria Dompè) o i metalli (Cloti Ricciardi). L’esperienza di queste operatrici si spinge oltre la pittura anche quando viene preferita, per cos’ dire, l’opera da parete e mantenuta la bidimensionalità (Adele L’Abbate). Anche la tela o la carta (Anna Romanello), tradizionali supporti della pittura, si fanno segni con un proprio valore espressivo legato alla materia.

 

Un “freddo” rigore progettuale spesso sovrintende a queste opere che si connotano sempre più come oggetti e installazioni; un uso dialettico dei materiali £riscalda”, invece, queste strutture che combinano in un sottile equilibrio organicità e razionalità, natura e artificio. Le stesse nuove tecnologie, come l’elettronica, diventano intriganti strumenti di comunicazione estetica e di ricerca di una creatività tutta soft (Silvia Destito, Ida Gerosa, Matilde Tortora”: Alcune artiste già sulla scena negli anni Sessanta e Settanta (Mirella Bentivoglio, Valentina Berardinone, Tomaso Binga, Dadamaino, Gisella Meo, Elisa Montessori, Carmengloria Morales), rifuggendo da chiusure dentro la propria storia, hanno sviluppato in questi anni Ottanta linee di continuità e di convergenza con le nuove generazioni di artiste. Allo sperimentalismo di quegli anni corrisponde oggi una ricerca ormai avanzata che sviluppa un certo astrattismo geometrico e le poetiche informali verso tendenze neo-astratte (Dadamaino, Franca Sonnnino), di pittura-scultura (Tomaso Binga), segnico-minimaliste (Francesca Borgia, Patrizia Molinari, Elisa Montessori), materico-informali (Carmengloria Morales), di oggettualità povera (Elisabet Frolet, Franca Maranò). Le opere sono sempre più frutto di processi di riduzione della forma e di analisi strutturale (Annibel-Cunoldi, Cloti Ricciardi); la sintesi avviene verso livelli di minima soggettività ma di massima razionalità e di poesia assoluta- La stessa ricerca di forme originarie è da ricondurre a quel bisogno esistenziale di elementi primari oggi sentito da tanti artisti, uomini o donne che siano.

 

Riconquistata la memoria storica, abbattuti i grossolani stereotipi della cultura pseudo-femminile, rasserenati i rapporti socio-politici, l’unica discriminante per gli artisti donna, come per i loro colleghi uomini, è attraverso le linee di tendenza, secondo declinazioni della ricerca e lungo le vie maestre della qualità. Non c’è, dunque, nemmeno il rischio dell’omologazione femminile/maschile, con i sospetti dell’ennesima annessione maschilista, giacché l’arte – sia essa praticata dalle donne o dagli uomini – non è mai omologante, bensì costantemente eccentrica rispetto ai modelli vigenti. Non c’è un arte “altra”, espressione della subalternità, in quanto tutta l’arte si colloca sempre “altrove”.

 

Quella che Lea Vergine ha chiamato “L’atra metà dell’Avanguardia” continua a esercitare una forza autenticamente “rivoluzionaria e non rivoltosa”, che innova ancora.  E la vera rivoluzione, in arte come nella vita , è quella che, dopo aver combattuto all’”esterno” per il riconoscimento di status, sa innescare soprattutto processi di cambiamento “interno”, in una messa in discussione permanente di se stessa e del suo progetto, nella consapevolezza che non esistono mete definitive, ma tappe importanti di un lungo cammino che l’umanità – senza discriminazione di sesso, ma anche di classe, di razza, di religione e di ideologia – deve compiere tutta insieme.